Il cuore nelle ventiquattro ore quotidiane pompa cinque litri di sangue su un percorso di circa 19.000 chilometri fra arterie, vene e capillari. Le pulsazioni giornaliere si aggirano intorno ai cento mila battiti, con un numero annuale di circa due miliardi e mezzo, arricchendo ogni cellula di sangue vitale.

Al momento della fecondazione questa inimitabile pompa è la prima che si sviluppa. Lavora Instancabilmente a lungo, dotata di cellule durevoli a tal punto che non hanno bisogno di riprodursi.  Quando avviene il cedimento di un organo così potente e resistente c’è da chiedersi che cosa sia realmente successo alla persona che ne resta vittima.

Questo cedimento può far capo alla forma fisica o allo stile di vita: colesterolo, dieta, stress, tossine ambientali o a cure non corrette. Ma non solo. La fisica quantistica sta dimostrando quanto il personale stato di coscienza, emozionale e mentale abbiano un sostanziale impatto sul cuore e sulla realtà che lo circonda.

Con la fisica quantistica sono stati dimostrati nuovi aspetti di questi cedimenti. Fra i primi James Blumenthal della Duke University ha condotto un fondamentale studio sul rapporto mente-corpo. La risposta a che cosa sia che pone fine alla vita, il risultato è che sia la vita stessa. In particolare le personali ferite. Blumenthal ha dimostrato che insegnare a “calmarsi”, circa le risposte emozionali alle situazioni della vita, può prevenire l’infarto. Gli stati prolungati di paura, frustrazione, ansia e dispiacere, emozioni negative, fanno emergere categorie a rischio.

Tim Laurence, fondatore dell’Hoffman Institute descrive il potenziale impatto dell’incapacità di guarire e perdonare vecchie ferite e dispiaceri. Dichiara “Come minimo questo impedisce di avere un buon stato di salute.”