Di solito quando una persona si trova a disagio in un contesto sorride per convenienza, per educazione, per celare il proprio desiderio di andarsene. Questa è un’azione di finzione. Un sorriso autentico deriva da un input cerebrale che permette ai muscoli facciali intorno alla bocca e agli occhi di contrarsi e di manifestare la vera emozione che lo ha scatenato. Chi finge di sorridere sceglie, invece, di mentire e dal suo cervello parte un input diretto solo ai muscoli pettorali. Ecco perché se guardiamo negli occhi una persona, ci possiamo accorgere della veridicità o falsità del suo gesto mimico e della sua intenzione nei nostri confronti.

Non sto elogiando l’arte della finzione, dell’inganno o della simulazione; credo, invece, nella franchezza di intenti e di onestà di dimostrare sempre chi siamo, che cosa pensiamo e proviamo, perché agiamo in un certo modo. Nella relazione con gli altri, la schiettezza, non sconvolgente, è un valore. Ma quando si tratta di far stare bene noi stessi, dovremmo avere cura di comprendere cosa ci bendispone e cosa invece ci disturba; poi dovremmo ricordarci che non sono le situazioni esterne o le persone a dover cambiare per permetterci di farci stare bene, infine, dovremmo trovare dentro di noi quell’approccio positivo alla realtà che ci permette di sovvertire anche una situazione di disagio.

(dal libro  “Elogio dell’attenzione” di Lucia Todaro  Feltrinelli Editore)