Il dolore è un sentimento umano, chi più chi meno, ha la sua dose. Il vero tema non è tanto il dolore in sé, ma l’atteggiamento nei suoi riguardi.

Capita che provandolo ci si chiuda, lo si nasconda prima di tutto a sé stessi, creando una rigidità interiore tipica della materia, con cui spesso ci si identifica. Rimanendo in questo modo attaccati a un “monumento” che non esiste e soprattutto non ha quella funzione.

Quale l’atteggiamento da tenere, secondo me, rispetto al dolore.  Una similitudine.

Quando si fa la pasta, ci si sporca un po’ le mani, impastando farina e uova. È necessario, simbolicamente, rimboccarsi le maniche e “mettere mano” per affrontate un dolore. Nonostante le mani sporche si continua a impastare una materia dalla forma incerta e morbida. Quando si affronta il proprio dolore non c’è niente di rigido è qualcosa di intangibile da elaborare nel proprio sentito. Continuando il lavoro la pasta assume un aspetto sempre morbido e non ci sporca più le mani. Così il dolore smette di essere una materia che sporca le mani, assumendo un colore più preciso grazie al potere trasformatore delle “nostre mani” interiori. Infine da quella materia si creano tagliatelle, cappelletti e quant’altro, tutta materia commestibile molto buona. Così il dolore una volta integrato, magari anche chiedendo una mano a chi è un po’ più esperto al riguardo, apre le porte a un’esistenza più viva e più in armonia, grazie a una rinnovata forza interiore.

Se si vuole dare vita a un mondo migliore è necessario guardare con occhi nuovi da una prospettiva diversa atteggiamenti considerati scontati, perché praticati da generazioni, quando non lo sono affatto, ma illusori ed erronei.